Sognava un mondo nuovo

Per la festa del suo settantasettesimo anno gli fu regalato un caleidoscopio, un dono simbolico per dirgli grazie d’aver aiutato tante persone a vedere il mondo e la vita come un intreccio sempre nuovo di luci e di colori, un disegno che si scopre e riscopre nella sua infinita bellezza e originalità ed è gioia al di là delle sofferenze che inevitabili attraversano la storia di ogni uomo. Don Francesco vedeva all’orizzonte di ogni vicenda umana una Presenza rassicurante e per questo sapeva comunicare serenità e pace.

Il carisma

Il dono dell’accoglienza

Chi ha conosciuto don Francesco non potrà facilmente dimenticare l’entusiasmo e la gioia con cui veniva da lui accolto, sempre, sia quando tutto sembrava bello e rispondente alle attese, sia quando le circostanze rendevano meno facile l’incontro e il dialogo.

Ogni persona che incontrava era per lui significativa: era un dono di Dio in quell’attimo della sua storia ed egli lo accoglieva come possibilità di crescita reciproca e di impegno comune nel rendere il mondo più giusto e più bello. Tante e tante persone bussavano alla sua porta. Non aveva orari di visite, non aveva tempi di riposo: accoglieva sempre tutti e in ciascuno scopriva almeno quel piccolo bene che bastava a ridare coraggio e a far guardare con fiducia oltre i limiti personali e le difficoltà della vita.

A chi veniva a fargli visita don Francesco voleva sempre esprimere la gioia dell’incontro anche con un piccolo dono, magari un semplice dolce o un libro oppure un suo "diario", uno di quei diari che egli scriveva, per le persone più vicine e per tutti gli amici, durante i suoi viaggi e, come egli diceva spesso, offriva con umiltà come piccolo segno d’affetto, per condividere l’esperienza e rafforzare la comunione.

 

Dall’amore per il proprio paese all’amore per il Mondo

Nato nel 1922 ad Albairate, nella bassa milanese, portò sempre nel cuore un ricordo tenerissimo della sua famiglia e del suo paese natale. Scriveva: “la mia infanzia e la mia fanciullezza e la mia giovinezza sono parte viva della mia vita sullo sfondo del mio paese e della mia terra che si chiude in estate e in autunno tra le pareti del granoturco molto alto, delle piante ricche di foglie e poi si apre infinita nell’inverno e pare invitare a sentire l’ampiezza del mondo senza confini, quando non si inonda di nebbia che preme tutto dentro e ci invita all’interiorizzazione . Ho visto tanti paesi, tutti bellissimi, ma il paese del mio cuore si chiama Albairate. Per amore del mio paese ho amato e amo perdutamente tutti gli altri paesi. L’amore del mio paese diventa l’amore del mondo”.

 

Vogliamo ricordare di lui un amore grande, sconfinato per tutti i luoghi e per tutte le persone che ha sempre avvicinato con autentica passione missionaria. Una passione che nacque presto nel cuore di Don Francesco, come lui stesso ricordava in una lettera indirizzata nel 1938 al Cardinal Schuster: “Mi rivolgo umilmente a Vostra Eminenza per implorare il consenso onde diventar missionario… Mi attrasse da tempo questo ideale…”.

E quando molti anni dopo fu incaricato della Pastorale Missionaria Diocesana si dedicò senza riserve a questo servizio nella profonda convinzione che la missione non é qualcosa di nostro, una nostra fatica ma "è il piano di Dio per il quale siamo scelti e inviati, per il quale Dio ci fa credito di collaborazione.

A livello diocesano e come membro del Consiglio Nazionale per la Cooperazione tra le Chiese diede il suo contributo di idee e fatica per elaborare le nuove dimensioni della missionarietà e far sì che si radicassero sul territorio, incontrando parrocchie, gruppi, istituti missionari.

 

Un cristianesimo autentico

Entrato in seminario ancora bambino, divenne sacerdote nel 1945, poco dopo la conclusione della grande guerra. Di quegli anni amava ricordare il suo impegno come prefetto, dove prese forma quella capacità di essere educatore che nei primi anni di sacerdozio giocò con entusiasmo nell’insegnamento, come professore di latino e greco nei Seminari di Seveso e di Venegono, e nell’impegno pastorale al Villaggio Matteotti di Saronno.

Esperienza, quest’ultima, che lo appassionò nella sfida di trasformare un quartiere, dove la guerra aveva reso le famiglie sospettose e chiuse, in una comunità aperta ad un futuro che, insieme, si poteva costruire migliore. La piccola chiesa di legno, affettuosamente chiamata "la baracca", diventò il cuore del villaggio, il segno di un possibile sviluppo sociale e culturale e di una formazione cristiana capace di aprire a nuovi orizzonti.

E fu proprio al Villaggio Matteotti che dallo slancio profetico di Don Francesco prese avvio un’esperienza di laici che, riflettendo sulla propria consacrazione battesimale, scelse di vivere la comunità come frutto di un amore grande che unisce a Cristo e si esprime in uno stile di educazione e in un impegno di servizio per tutti.

In questa comunità, il COE, Don Francesco lanciò germi fecondi di operosità e di apertura al mondo e nella ricerca costante di comunione con il Signore indicò sempre cammini di impegno e di creatività.

Con il COE ricercò strade nuove nel volontariato internazionale, nel dialogo fra le culture, nella promozione dell’arte come voce originale ed efficace e come elemento di crescita e di sviluppo dei popoli.

Profonde riflessioni, insieme ad esperienze innovative, lo portarono ad una visione ampia e coraggiosa del volontariato, e in particolare del volontariato internazionale, che egli propose non come una risposta a particolari necessità ma come “frutto della nuova mentalità di dialogo e di scambio nella costruzione di un mondo di libertà, di giustizia e di pace”.

Ad un gruppo di giovani provenienti da Africa, Asia e America Latina impegnati con la comunità del COE in progetti di animazione interculturale per le scuole, Don Francesco ricordava che “il volontariato internazionale é servizio alla crescita integrale dell’uomo e alla promozione della società; é collaborazione alla creazione, é espressione dell’amore gratuito di Dio che fa crescere tutti i suoi figli. Il volontariato non é prerogativa dei popoli cosidetti sviluppati o ricchi ma é una vitalità nuova che sboccia in tutti i popoli e forse proprio in quelli che sono più poveri o sono meno sviluppati troverà nuova energia e creatività, capacità di cambiamento e nuovi modelli di società”.

 

I molteplici progetti di cooperazione internazionale

Nella linea del volontariato internazionale Don Francesco sostenne con il COE molti progetti di sviluppo nei quali guidò con entusiasmo l’impegno di centinaia di volontari. Tanti furono i Paesi nei quali allargò il suo sguardo e il suo cuore: in Africa, Camerun, R.D. Congo, Zambia, Kenya, Nigeria, Guinea Bissau; in America Latina, Cile, Ecuador, Brasile, Perù, Venezuela; in Asia Bangladesh e India e poi l’Oceania con la Papua Nuova Guinea.

Nei molteplici progetti di volontariato internazionale, seguiti nell’arco di 30 anni, il tema costante era "collaborare all’autosviluppo dei popoli" in campo educativo, sanitario, tecnico privilegiando il coinvolgimento delle persone con uno stile per niente assistenzialistico o pietistico.

Condividere, crescere insieme, capire, impegnare anche i più poveri nella dinamica del volontariato vissuto in prima persona. Don Francesco cercò sempre di essere vicino ai volontari e a tutti coloro che localmente collaboravano nelle diverse attività recandosi spesso sul posto e interessandosi di tutti e di ciascuno.

Decine e decine di volte partì per condividere problemi, cercare strade nuove, vivere insieme momenti di riflessione e di preghiera.

E quando gli anni cominciarono a pesare sempre di più su ogni partenza non rinunciò ai suoi "pellegrinaggi" ma, carico di giovanile entusiasmo e confidando nell’aiuto del Signore, restò sordo alle stanchezze fisiche e alle preoccupazioni delle attività quotidiane e, aggiungendo pagine e pagine al suo passaporto, offrì ogni sua fatica al Signore perché davvero non mancasse nessun tassello d’amore nel mosaico della sua vita.

 

Fare un mondo nuovo

Fare un mondo nuovo, fare dell’umanità una sola famiglia, una famiglia solidale, capace di valorizzare tutti, di capire tutti, di far sentire la gioia della vita, la dolcezza di un Qualcuno che ama ed è dono per tutti.

Questo fu il suo sogno, questo sentì come sogno del Padre e alla realizzazione di questo sogno consacrò tutte le sue energie e invitò tutti a collaborare con generosità.

Per questo il campo educativo fu amato da Don Francesco in maniera grande. Negli anni ‘60 lo ricordiamo Rettore del Collegio Arcivescovile di Saronno dove avviò una stagione ricca di novità sia nelle proposte culturali che nei rapporti tra le persone.

Sentì il Collegio come una grande famiglia nella quale alunni, insegnanti e genitori, e anche tutto il personale impegnato nella gestione dei diversi settori, erano coinvolti in prima persona nel progetto educativo, già in quegli anni fortemente centrato sullo sviluppo integrale dell’uomo.

Fra le tante realtà che seguì con paterno affetto e incoraggiò ad aprirsi alle indicazioni dello Spirito che vuole ovunque novità sorprendenti, ricordiamo l’esperienza del CFAS, corso di formazione per animatori socio-culturali, che da anni raccoglie in Cameroun giovani del Sud del mondo e li prepara all’impegno per lo sviluppo nello spirito del volontariato cristiano.

Ricordiamo la proposta per giovani “Tutti in pista verso il mondo”, gli incontri per le “Famiglie aperte”, le settimane estive a Barzio per la conoscenza delle culture, per la preparazione al volontariato internazionale, per l’educazione alla mondialità. E per una particolare riflessione che ci lasciò negli ultimi giorni della sua vita, ricordiamo anche il “Gruppo in Mongolfiera” rivolto a bambini e adolescenti.

Don Francesco osservando i bambini che avevano aderito a questa iniziativa e meditando sul mistero della presentazione di Gesù al tempio, scrisse che il Gruppo in Mongolfiera vuole “aiutare i bambini a uscire dalla loro casa e vivere qualche giorno fuori dalle comodità della famiglia, insieme ad altri bambini per giocare, mangiare, pregare e mettere nel cuore il desiderio di essere buoni e volare quando saranno grandi (mongolfiera) nel mondo per portare la bontà”.

Queste e tante altre iniziative propose seguendo una nuova linea educativa, “la linea dell’amore e dell’infinito a cui ogni uomo deve formarsi e in cui ogni creatura ritrova la sua sacralità”.

 

Educare è rendere felici

Don Francesco sentiva che l’impegno educativo era elemento fondamentale nella vita di ogni suo collaboratore; ripeteva spesso che bisogna avere il gusto e la passione di educare e per tutti i suoi educatori chiedeva al Signore il dono della gioia, perché educare é vivere e dare gioia.

“Educare é rendere felici. Il Padre ci vuole rendere felici e tutto fa per renderci felici, tutto permette, anche la sofferenza, anche la morte, per renderci felici. Dare un attimo di gioia é far fare un salto, é far crescere…”.

E Don Francesco, che questo credeva davvero, si è speso con tenacia e serenità per riversare nella storia di ogni persona la sua piccola goccia di gioia, per camminare insieme verso i fratelli del mondo ed anticipare, nell’amore del Padre e nella pace del creato, la grande unità di tutte le genti.

 

L’impegno a comunicare i valori

L’immersione nella quotidianità degli uomini, l’ascolto delle loro ansie, dei loro problemi, dei loro aneliti di crescita e di libertà, hanno portato don Francesco a muoversi con coraggiosa passione nel vasto campo dei mezzi di comunicazione sociale per scoprire spazi di dialogo e cogliere voci di speranza.

Innumerevoli le rassegne di cinema dei migliori registi del Sud del mondo realizzate nelle città italiane; significativa la ristrutturazione del Cineteatro San Lorenzo alle Colonne di Milano, da lui fortemente voluta, che ha fornito alla città una sala specializzata e ormai ben nota, al pubblico in generale e alle scuole, come vivace centro di intercultura.

Eredità impegnativa di Don Francesco è il Festival del Cinema Africano di Milano (oggi Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina) che ogni anno si ripropone “nella sua dimensione di educazione al dialogo tra uomini di diverse culture e si afferma come invito e orientamento alla conoscenza aperta degli altri, all’ascolto rispettoso e al dialogo con tutti in un cammino d’integrazione culturale e di fraternità”.

Il Festival é un avvenimento che richiama l’attenzione di giornalisti, critici e operatori cinematografici italiani ed esteri. La qualità dei contenuti e l’accurata organizzazione l’hanno reso un punto di riferimento importante per la conoscenza della cinematografia africana sia a livello italiano che europeo. Ogni anno vengono presentati un centinaio di film, molti alla loro prima proiezione in Italia.

Don Francesco, però, non ha voluto che il Festival fosse solo una vetrina di opere cinematografiche ma un affettuoso e significativo “incontro con gli uomini che in Africa sognano, raccontano e creano disegni di storia facendo cinema”. Non meno grande é stato il suo impegno nel promuovere l’arte dei Paesi del Sud del mondo come espressione di genialità e di libertà e come educazione ai valori, stimolo per l’autosviluppo.

Don Francesco amò ogni forma artistica perché in ciascuna lesse quel patrimonio universale di valori che la storia conserva, trasmette e fa crescere.

Nessuna forma espressiva gli fu estranea e, innestata nella sua profonda cultura letteraria e umanistica, trovò modo di essere valorizzata e fatta conoscere.

 

Ora resta il suo esempio

Nel silenzio di una malattia vissuta con serenità e nell’affetto della sua comunità del COE, Don Francesco ci ha lasciato il 9 luglio 1999.

Ora resta il suo esempio.

Una vita semplice, limpida, povera, eppure capace di finalizzare con competenza, con coraggio e creatività le risorse che la Provvidenza metteva sul suo cammino.

Una missione sacerdotale vissuta in comunione profonda con la Chiesa che è a Milano e con la Chiesa Universale.

Un uomo tollerante e comprensivo che andava diritto al fondo delle cose. Un uomo dalle molte vite, coerenti ad un unico ideale: essere discepolo e servo fedele che sa far fruttare i talenti.

Per questo, in un presente che appare spesso tormentato da mille incertezze e paure, la vita di don Francesco, intessuta sì di problemi e di fatica ma sempre tradotta in gioiosa fiducia nel Signore, resta per me e per chi come me l’ha conosciuto da vicino, un invito a sperare il futuro come “un tempo nuovo di solidarietà in cui fiorirà la pace”.

Diari

Don Francesco Pedretti ha scritto ben 74 diari che sono stati pubblicati in proprio dal COE e distribuiti alla Comunità, ai Soci e agli amici del COE.

L’archivio completo si trova presso la sede del COE di Barzio.

Per la consultazione scrivere a coebarzio@coeweb.org

Scarica la lista completa dei diari di don Francesco

Biografia

Don Francesco Pedretti

(Albairate 10.04.1922 –Barzio 9.07.1999)

 

Nasce il 10 aprile 1922 ad Albairate, nel milanese, in una famiglia di modeste condizioni sociali e manifesta fin da piccolo il desiderio di farsi sacerdote. Si forma nei seminari di Seveso S. Pietro e di Venegono e il 26 maggio 1945 è ordinato sacerdote nel duomo di Milano dal beato Card. Schuster.

Mentre porta a termine gli studi – conseguirà la laurea in lettere classiche presso l’Università Cattolica con una tesi sui papiri liturgici greci e latini – gli viene affidato l’insegnamento nel seminario minore di Seveso e nei fine settimana raggiunge il santuario di Saronno dove si dedica alle confessioni e alla animazione pastorale di un quartiere periferico, il Villaggio Matteotti. In un ambiente di famiglie operaie per lo più lontane dalla Chiesa riesce a creare in breve tempo una comunità viva che fa delle baracche ex-militari, dove sono ospitate la chiesa e la scuola materna, un punto di incontro e di riferimento per tutti, piccoli e grandi.

È qui che don Francesco si rende sempre più conto della necessità di una educazione di tutto l’uomo, come persona e come membro di una comunità. Ne parla a genitori e insegnanti e in particolare nell’associazione dei Maestri Cattolici di Saronno di cui è assistente spirituale e, con un piccolo gruppo di persone sensibilizzate a tali problemi e impegnate nella scuola o negli oratori, nel 1959 dà vita al Centro Orientamento Educativo (COE).

L’anno precedente, con la collaborazione di volontari, aveva dato vita in Valsassina, dove l’insegnamento scolastico si fermava alle elementari, a una scuola media e un corso di avviamento professionale,esperienza che, accolta con favore dalle autorità locali e dal provveditore agli studi, sarebbe ben presto sfociata nell’istituzione di tre scuole statali – a Cremeno e Introbio (1959) e poi a Premana (1960) – nelle quali il preside e diversi insegnanti erano membri del COE. Dagli stessi anni ’60 durante l’estate don Francesco organizzava nella sede dell’associazione a Barzio corsi di carattere culturale, pedagogico e catechistico, questi ultimi in collaborazione con l’Ufficio Diocesano, e per i ragazzi corsi di educazione all’arte e alla montagna nella casa di vacanze di S. Caterina Valfurva.

Lasciato nel 1957 il suo servizio al Villaggio Matteotti, il sacerdote viene chiamato a insegnare al seminario di Venegono e nel 1961 è nominato rettore del Collegio Arcivescovile di Saronno, dove esplica per oltre quindici anni un’intensa attività di educatore che coinvolge alunni e famiglie, corpo insegnante e ambiente cittadino, e nella quale, accanto ai programmi scolastici, promuove una serie di iniziative culturali (cinema, danza, musica, ecc.) e sportive allo scopo di offrire a tutti occasioni di crescita e di sviluppo delle proprie doti.

Il lavoro al Collegio lo assorbe da mattina a sera, ma a don Francesco restano ancora alcune ore, oltre alcuni fine settimana, per raggiungere Barzio dove il COE, sotto la sua guida, negli anni seguiti al Concilio si sta aprendo al servizio nei Paesi in via di sviluppo ed è ormai riconosciuto come un organismo di volontariato internazionale.

Dal dicembre 1976 don Francesco è anche assistente spirituale della FOCSIV (Federazione Organismi Cristiani di Servizio Volontario Internazionale), membro del Consiglio dell’Ufficio Nazionale per la Cooperazione missionaria tra le Chiese e segretario regionale della Commissione Missionaria per la Lombardia.

Nel 1978 ha termine il suo servizio al Collegio, dove negli ultimi tre anni ha lasciato l’incarico di rettore mantenendo soltanto la presidenza della scuola media, e inizia la direzione del Centro Diocesano di Pastorale Missionaria. Ora è impegnato a Milano e nelle parrocchie della diocesi, ma spesso si reca anche a Roma e all’estero in visita ai sacerdoti fidei donum diocesani e a volontari occupati nei progetti di sviluppo. Segue anche gli studenti esteri del Collegio d’Oltremare, oltre alle comunità del COE.

Don Francesco è l’anima della missione: accoglie e prepara i volontari, li visita sul terreno, come pure visita i destinatari dei progetti che sostiene in tutti i modi Compie circa settanta viaggi, di cui vuol far partecipi tutti mediante diari che non sono semplici relazioni di cose viste e persone incontrate, ma lo specchio di un cuore che si lascia commuovere e che tutto trasforma in preghiera.

Accanto a programmi di sviluppo, a partire dagli anni ’80 Don Francesco riprende iniziative che promuovono l’arte e la cultura, quali l’Istituto di Formazione Artistica (IFA), primo in Camerun e in gran parte dell’Africa, il Museo della Ceramica Giuseppe Gianetti e la Galleria Artemondo di Saronno per far conoscere artisti di Paesi extraeuropei, l’organizzazione di quattro musei nell’ovest del Camerun per la preservazione e la valorizzazione dell’arte locale, e dal 1991 organizza a Milano il Festival del Cinema Africano (ora anche dell’Asia e dell’America Latina).

Nel 1992 lascia la direzione del Centro Missionario e dedica il suo tempo al COE, che ormai si struttura in diverse componenti che richiedono un’attenzione specifica. Ha più tempo anche per accompagnare il lavoro nei progetti di sviluppo, così moltiplica i viaggi, soprattutto in Camerun e in Congo dove segue personalmente l’evolversi di nuove iniziative spesso da lui suggerite. La sua salute però è in declino: nell’autunno del 1997 deve sottoporsi a cure mediche e a un intervento chirurgico. Continua a prodigarsi anche quando non è più in grado di uscire e muore a Barzio il 9 luglio 1999.

Pia Airoldi

Bibliografia / Filmografia

Per maggiori informazioni su libri, documentari e film su don Francesco, scrivi a:

Comunità COE (A cura di)
50. Cinquantesimo anniversario di Ordinazione Sacerdotale di Don Francesco Pedretti. 26 maggio 1995
Edizioni COEBarzio, 1995

Comunità COE (A cura di)
In terra quasi come in paradiso. Memoria di don Francesco Pedretti.
Edizioni COE
Barzio, 1999

Luigi Scorrano
Don Francesco Pedretti. Uno sguardo largo quanto il mondo.
Centro Ambrosiano
Milano, 2009

Luigi Scorrano
Don Francesco Pedretti. Un regard aux dimensions du monde.
Edition CLEYaoundé, 2010

Mohamed Challouf
Don Francesco Pedretti.
dvd Edizioni COE
Barzio, 2009

Maurice Nkodo Atangana
Don Francesco Pedretti. Fondateur du COE de Barzio. Missionaire d’un type nouveau. Regards Africain.
CPS / CAA Mbalmayo
Mbalmayo, 2014

Vittore Mariani
Vittore Mariani Crescere nella gioia. L’attualità del pensiero pedagogico di don Francesco Pedretti.
Àncora Editrice
Milano, 2016